Ma quella soluzione è all’acqua di rose – G. Pinoja

Intervista apparsa martedì 28 giugno sul Corriere del Ticino al primo firmatario dell’iniziativa e capogruppo La Destra in Gran Consiglio (UDC)

«Prima i nostri», il proponente boccia il controprogetto in vista della votazione

Presentata nel 2014 sulla scia del successo del voto del 9 febbraio contro l’immigrazione di massa, l’iniziativa popolare costituzionale «Prima i nostri» verrà posta in consultazione popolare il 25 settembre. Ma non è tutto: assieme al testo dell’iniziativa i ticinesi saranno chiamati ad esprimersi anche sul controprogetto, proposto dall’area PPD-PLR e avallato dal Parlamento. In quest’intervista rilasciata al Corriere del Ticino il primo firmatario di «Prima i nostri», Gabriele Pinoja (UDC), si esprime a tutto campo sull’iniziativa e sulla campagna che entrerà nel vivo a partire da agosto, definendo il controprogetto «all’acqua di rose». E sulla clausola di salvaguardia promossa oltralpe dal direttore del DFE Christian Vitta, Pinoja non usa mezzi termini, definendo il modello ticinese «il minore dei mali: meno forte dell’articolo costituzionale votato il 9 febbraio, è un passo avanti nella direzione giusta anche se non è la panacea».

Mercoledì 22 giugno il Parlamento ha silurato l’iniziativa popolare «Prima i nostri». Era scontato?

«Non direi proprio. L’esito non è stato per nulla scontato. Il controprogetto ha raccolto meno del 50% delle preferenze. E pensare che a sostegno dello stesso abbiamo avuto PPD – PLR e parte del PS, oltre a due consiglieri di Stato che l’hanno sostenuto con forza».

La maggioranza ha optato per una soluzione alternativa che manterrà la stessa denominazione. La ritiene un po’ una «furbata politica»?

«‘‘Prima i nostri’’ è la vera essenza del concetto che vogliamo che passi. Un titolo troppo accattivante per non adoperarlo. Una volta che il nostro progetto è stato dichiarato ricevibile dal professor Giovanni Biaggini, con il voto favorevole in gennaio anche del Parlamento, qualcuno ha pensato bene di non perdere la ruota dei battistrada e si è affrettato a cercare un’alternativa presentando una soluzione, che risulta essere un’imitazione mal riuscita dell’originale».

Ma cosa non le piace della soluzione promossa dal PPD Fabio Bacchetta Cattori e che ha convinto il Gran Consiglio?

«La proposta del collega è all’acqua di rose, una classica via mediana che spesso propone il PPD, una soluzione che non è una soluzione, che non obbliga le autorità ad uscire da uno status quo, la cui intangibilità si può comodamente attribuire a presunte incompatibilità con il diritto internazionale. La formulazione del controprogetto, ad esempio sul principio della preferenza indigena, è troppo debole, è un auspicio più che una misura, il quale probabilmente non porterebbe a nulla».

La vostra iniziativa è stata descritta come «confusa e burocratica». Accuse che respinge al mittente o c’è da fare autocritica?

«Consiglio a coloro che l’hanno definita in tal modo di rileggerla. La stessa è chiara, semplice e soprattutto accettata da un emerito professore costituzionalista».

Uno dei nodi di carattere giuridico e politico sarebbe la questione della preferenza ai «residenti». La formulazione è stata infelice oppure è tutto giusto così?

«Come stiamo purtroppo constatando da diversi anni, il Ticino sta soffrendo più di ogni altro Cantone la vicinanza di un Paese quale l’Italia e soprattutto un nord Italia affamato di lavoro. Come sta succedendo in altri ambiti politici, ad esempio nel settore delle commesse pubbliche, al fine di favorire il più possibile il mercato del lavoro cantonale, è necessario inoltrarsi fino al limite consentito per inserire misure a favore dello stesso. L’iniziativa non prevarica questi limiti ed è una valida soluzione nell’ambito della “preferenza per i residenti”».

«Prima i nostri» è la conseguenza in salsa ticinese del voto sul 9 febbraio 2014. Ma prima di affrontare soluzioni a livello locale, l’UDC non dovrebbe proporre soluzioni concrete per il post sì all’iniziativa contro l’immigrazione di massa?

«Il popolo ha accettato in votazione popolare un nuovo articolo costituzionale, al Governo il dovere di metterlo in pratica. Per l’UDC la sua applicazione è semplice visto che non ha nessun timore nel rivedere l’Accordo sulla libera circolazione, come pure tutti gli altri accordi bilaterali».

Allora non avete forse agito un po’ troppo di pancia per capitalizzare a tutti i costi e in tempi brevi un voto a voi estremamente gradito?

«Il Ticino ha una situazione ancora peggiore rispetto a quella della Confederazione. La nostra iniziativa va più in là, ed è stata portata avanti, nelle varie fasi, abbastanza celermente. Dubitavamo che invece a livello federale si facesse melina, e così è stato».

L’alternativa rafforza anche le misure d’accompagnamento. Perché questo vi infastidisce?

«Parole, parole, parole, cantava Mina. Da troppi anni si parla di un rafforzamento delle misure di accompagnamento, ma ciò non avviene. Potrei portare molti esempi. Le cose stanno esattamente come al momento dell’applicazione degli accordi bilaterali. La differenza invece la troviamo con più disoccupati in Ticino e con delle avvisaglie a medio termine preoccupanti».

La vostra richiesta di rinvio era per caso anche funzionale a quella che sarebbe una poco gradita campagna estiva visto che si voterà il 25 settembre?

«No, per nulla. Coerentemente con la precedente richiesta di rinvio sulla tematica precedente in Parlamento, non essendo stati recapitati entro i termini previsti i rapporti di maggioranza e di minoranza della Commissione della gestione, ho chiesto il rinvio. Il periodo per la campagna è lo stesso di quello che avranno a disposizione gli avversari, si gioca ad armi pari».

Tra chi gradiva un rinvio c’era anche il direttore del DFE Christian Vitta. È cosciente che la vostra iniziativa potrebbe fungere da pietra d’inciampo per la clausola di salvaguardia promossa da Vitta e gradita a molti a Berna?

«Mercoledì scorso in Parlamento Christian Vitta non ha manifestato il malcontento. Governo e cancelliere hanno deciso di fissare la votazione per il 25 settembre. Avrebbero potuto tranquillamente optare per novembre. Se il popolo sovrano opterà per la nostra iniziativa, sarà solo un bene per tutti».

Intanto il dopo Brexit ha indotto il Consiglio federale ad uscire allo scoperto sul 9 febbraio. E, un po’ a sorpresa, il ministro dell’Economia Johann Schneider-Ammann ha spezzato una lancia a favore della clausola elaborata da Ambühl, made in Vitta. «Prima i nostri» è ormai accerchiata e sorpassata?

«Assolutamente no. Qui stiamo parlando a livello svizzero e vedremo dove si andrà a finire. Sono contento se il Consiglio federale riesce a trovare una soluzione, se poi questa non corrisponde a quanto ha votato il popolo vedremo, la clausola portata da Vitta è il minore dei mali. È meno forte dell’articolo costituzionale votato il 9 febbraio, ma è un passo avanti nella direzione giusta anche se non è la panacea. È ancora da stabilire se il modello ticinese sia facilmente applicabile, in caso affermativo allora anche ‘‘Prima i nostri’’ lo è. Comunque per i ticinesi in questo momento sarebbe meglio che la nostra iniziativa venisse accettata».

Ha tempo fino a sabato 2 luglio per ritirare l’iniziativa: se qualcuno dovesse chiederglielo, ci farebbe un pensierino?

«Ce l’hanno già chiesto e noi abbiamo risposto di no».