Farsi infinocchiare non è da Ticinesi – Intervista a P. Marchesi

Ecco perché la preferenza indigena dovrebbe diventare un obbligo

« Prima i nostri» è nata sull’onda delle emozioni per il voto del 9 febbraio 2014. Non sarebbe stato più responsabile ritirarla?

«L’iniziativa “Prima i nostri” era già pronta prima del 9 febbraio. Si basa su un’analisi concreta – e non emozionale – del mercato del lavoro in Ticino. Per questo deve essere mantenuta. Checché ne dicano la SECO, l’IRE e il direttore del DFE Christian Vitta, la disoccupazione reale in Ticino è del 7% (dati ILO), i giovani e gli over 50 vengono sempre più emarginati dal mondo del lavoro. Per questo abbiamo lanciato l’iniziativa “Prima i nostri” che si basa su tre pilastri: 1) la reintroduzione del principio della preferenza indigena nel mercato del lavoro; a parità di competenze il datore di lavoro è obbligato ad assumere un lavoratore residente; 2) la lotta contro la pressione al ribasso sui salari (dumping salariale); bisogna evitare che il lavoratore ticinese sia sottoposto al ricatto o accetti di diminuire il tuo salario al livello dei frontalieri, oppure sei licenziato; 3) l’applicazione dei trattati internazionali in modo tanto restrittivo quanto restrittiva è l’applicazione dei medesimi trattati internazionali da parte degli Stati stranieri, in particolare dell’Italia».

Restiamo sul piano federale. Berna fatica a trovare una soluzione per applicare la volontà popolare su una proposta dell’UDC. Voi cosa avete fatto per dare una mano?

«L’UDC si è dimostrata aperta a trovare soluzioni alternative purché l’immigrazione in Svizzera venga fortemente limitata. Il Consiglio federale si è però finora dimostrato incapace di portare con convinzione la decisione del popolo svizzero a Bruxelles».

Il 25 settembre i ticinesi dovranno decidere tra la proposta originale (l’iniziativa) e quella accolta dal Parlamento (il controprogetto). Provi ad illustrare un paio di differenze.

«L’iniziativa è chiara e concreta. Il controprogetto è fumo negli occhi. È stato elaborato da PLR e PPD, cioè da quei partiti che, in alleanza con la sinistra, si sono sempre opposti all’iniziativa popolare federale “Stop all’immigrazione di massa”. Non sono credibili quando dicono di voler lottare contro l’afflusso dei frontalieri e la pressione sui salari dei ticinesi. Prova ne sia la reintroduzione del principio di preferenza indigena che nel controprogetto è un auspicio, nell’iniziativa un obbligo».

Se dovesse essere accolto il controprogetto, in sostanza, si rischia che nulla accadrà?

«In questo caso avremmo iscritto nella Costituzionale molti auspici e belle parole, senza alcun effetto pratico per i ticinesi».

Si sente di promettere che la versione dell’UDC sia davvero la soluzione?

«Altre proposte saranno utili, ma sono convinto che “Prima i nostri” è il trampolino da cui rilanciare il mondo del lavoro e l’occupazione in Ticino. Con la preferenza indigena i ticinesi avranno maggiori possibilità d’impiego, ci saranno meno ticinesi in disoccupazione e in assistenza, molte persone potranno sentirsi, grazie al lavoro, valorizzati e indipendenti, non dovendo più far capo allo Stato per tirare la fine del mese. È un’occasione anche per l’economia, perché meno ticinesi a carico dello Stato vuol dire minori costi alle aziende per finanziare la socialità».

C’è chi sottolinea alcuni problemi giuridici nell’applicazione del principio «prima i residenti». Ma chi sono questi residenti?

«Il principio della preferenza indigena, o della preferenza agli svizzeri, si applica a tutti i lavoratori svizzeri o stranieri domiciliati (permesso C)».

Christian Vitta aveva dichiarato in un’intervista al Corriere del Ticino che il controprogetto è «un’alternativa senza inganno». Perché si era tanto arrabbiato il giorno dopo?

«In realtà il controprogetto è un inganno senza alternativa, non un’alternativa senza inganno. Il controprogetto è stato elaborato per ingannare e dividere i ticinesi, affinchè Vitta possa portare avanti il modello ticinese (Bottom Up) elaborato da Michel Ambühl, in pieno ossequio alla visione del suo partito, che prevede il pieno e incondizionato sostegno agli accordi bilaterali».

Ha anche detto che il controprogetto non fosse farina del sacco dei partiti che lo hanno appoggiato e del relatore Fabio Bacchetta-Cattori (PPD), ma scritto da Vitta stesso. L’ha sparata un po’ grossa o lo crede davvero?

«È evidente che Fabio Bacchetta Cattori (PPD) abbia fatto il lavoro sporco per Vitta, così da continuare a sostenere la politica del PLR, che per fare i loro affari continuano a sostenere quella visione eurocompatibile che danneggia il Ticino e la Svizzera».

Vitta e il Consiglio di Stato si stanno facendo apprezzare a Berna per aver formulato una proposta «fattibile e credibile» con una clausola di salvaguardia. Quello che Vitta costruisce, l’UDC lo vuole distruggere?

«La proposta di Vitta, che è poi quella di Michael Ambühl, è solo in fase di discussione. Ricordo che la competenza per l’attuazione del 9 febbraio è del Consiglio federale e del Parlamento, tenuto conto dei suggerimenti dei vari Cantoni».

Perché crede che i cittadini vi daranno ragione?

«In Ticino ci sono imprenditori sani che operano con occhio attento all’occupazione residente. Poi ci sono aziende che spesso provengono dall’Italia, che hanno importato un concetto d’impresa basato unicamente sulla speculazione, che non ci appartiene. Queste ultime le vogliamo combattere. I ticinesi si trovano dinnanzi due proposte; una, l’originale “Prima i nostri” che vuole regole chiare, maggiori opportunità per i ticinesi, miglioramento della situazione occupazionale e maggior reciprocità con l’Italia. Dall’altra, c’è un controprogetto declamatorio, proposto da PLR e PPD, proprio quei partiti che, assieme alla sinistra hanno sempre combattuto il 9 febbraio. Il 68% dei ticinesi che hanno votato “Stop all’immigrazione di massa” dovrebbero chiedersi “vogliamo dar fiducia a chi propone una soluzione chiara ed efficace, o a chi ha sempre combattuto qualsiasi misura per preferire i ticinesi nel mercato del lavoro”? Sono convinto che i ticinesi non si faranno infinocchiare».

Intervista apparsa sul Corriere del Ticino del 29 agosto 2016 – Gianni Righinetti