Torniamo a quando i frontalieri non erano un tema – A. Bühler

Non mi sorprende affatto che i sindacati si dichiarino contrari a “Prima i Nostri” e continuino a perorare la causa delle misure d’accompagnamento, anche se in 12 anni dalla loro prima introduzione non hanno sortito grandi effetti sul mercato del lavoro. Anzi, mentre venivano introdotte e aggiornate a più riprese (2004, 2006, 2009 e 2013), la disoccupazione ai sensi dell’Organizzazione internazionale del lavoro non solo aumentava, ma schizzava letteralmente alle stelle passando da 5400 disoccupati nel 2002 (anno in cui entrava in vigore la libera circolazione) agli 11600 di oggi.

E i salari minimi? I CNL finora introdotti hanno sicuramente avuto qualche effetto nei settori regolamentati per quanto attiene ai salari, anche se i furbi continuano ad esserci e la cronaca lo testimonia, ma non ha sortito alcun effetto nell’assunzione di personale residente. Nella vendita, ad esempio, vige tuttora una ferrea “preferenza frontaliera”. Una prassi dettata da più fattori, tra cui annoveriamo il ruolo di responsabili delle risorse umane, capi, dirigenti e direttori frontalieri che non si fanno scrupoli a cestinare le candidature ticinesi al fine di assumere connazionali. D’altronde, se i consulenti degli Uffici regionali di collocamento confessano agli iscritti che il loro attestato federale di capacità d’impiegato al commercio al dettaglio è carta straccia allo stato attuale, un diploma di tutto rispetto, un motivo ci sarà.

In ogni caso, i ticinesi hanno votato un’iniziativa chiara l’anno scorso, minimi salariali settoriali, e la sua trascrizione in legge è ai blocchi di partenza. Anche l’iniziativa “Prima i Nostri” prevede un ostacolo ai salari “lombardi” con un divieto esplicito ad attuare dumping salariale, che il parlamento sarà chiamato a tramutare in legge. Una misura volta a evitare che i furbi utilizzino la scusa del salario per aggirare il principio della “preferenza indigena”, ma il solo fatto di non avere più un accesso facilitato a milioni di lavoratori dalla vicina Lombardia, porterà a un rialzo dei salari dei residenti.

Ricordiamoci, infatti, che finché un datore di lavoro, nella rosa dei candidati per un impiego potrà contare su fior fior di frontalieri disposti ad accettare meno del salario usuale in Ticino, la pressione sui salari non diminuirà mai. Togli i candidati frontalieri dalla scrivania delle risorse umane di un’azienda, ed ecco che i ticinesi candidati possono finalmente riappropriarsi di quel potere contrattuale nei confronti dei datori di lavoro che persero inesorabilmente il primo aprile 2004.

Noi vogliamo riportare un po’ di ordine, tornare a quando i “frontalieri” non erano nemmeno un tema ma una forza di lavoro complementare in quei settori dove vi era una carenza di manodopera indigena.

So che per i sindacati equivarrebbe, a medio-lungo termine, ad una perdita consistente dei privilegi fin qui acquisiti e degli introiti derivanti dai 62’409 frontalieri. Ma qui si tratta di fare in modo che i lavoratori residenti possano tornare a riappropriarsi di un loro diritto sacrosanto: il Lavoro. L’unico modo per farlo è quello di obbligare i datori di lavoro a vagliare candidature indigene. Ecco perché è importantissimo sostenere l’iniziativa “Prima i Nostri”, votando sì all’iniziativa e non al controprogetto.

Alain Bühler, vicepresidente UDC Ticino