“Prima i nostri!” Non una salsa, ma un piatto forte – E. Mellini

Nel suo editoriale apparso nel CdT del 29 agosto 2016 a titolo “Prima i nostri, gli slogan e le due salse”, Gianni Righinetti riduce la votazione del 25 settembre sull’argomento a una scazzottata fra fazioni politiche – l’una alla ricerca di consensi, e l’altra ben decisa a impedirle di ottenerli – ma nella quale la posta in gioco, ossia la correzione dei problemi causati dalla libera circolazione delle persone non sono che un pretesto, data per scontata l’impossibilità di risolverli.

Ora, che un partito cavalchi anche elettoralmente un tema – ci mancherebbe altro che non lo facesse – non significa necessariamente solo mero opportunismo. L’operazione consensi ha successo solo a due condizioni: primo, che il tema sia sentito realmente dalla popolazione; secondo, che chi lo lancia sia in buona fede. E le affermazioni di Righinetti contestano palesemente il secondo punto, ragione per cui non posso esimermi dal dire la mia.

Innanzitutto, dice Righinetti: “Per dirla fuori dai denti il messaggio è perentorio: stop ai frontalieri, vogliamo solo ticinesi.” Questa è un’illazione gratuita. Nessuno s’è mai sognato di negare la funzione e l’utilità dei frontalieri. Noi contestiamo l’afflusso di quasi 65’000 frontalieri anzi, per fare due conti della serva puramente indicativi, dei 15’000 frontalieri che occupano i posti di lavoro di quei Ticinesi che, fra ufficiali e ormai usciti dai registri governativi, reputiamo essere disoccupati perché sostituiti da personale frontaliero. Le cifre potranno variare di qualche centinaio, ma sono più o meno quelle. Non è infatti contro i frontalieri occupati in settori nei quali li abbiamo bisogno che l’iniziativa “Prima i nostri!” è mirata, bensì contro la sostituzione con frontalieri di manodopera indigena che finisce in disoccupazione, per meri motivi di costo. In poche parole, si vuole tornare alla situazione precedente l’entrata in vigore della sciagurata libera circolazione delle persone quando, per poter assumere un frontaliere, il datore di lavoro doveva dimostrare di aver cercato invano nel mercato interno del lavoro un candidato di pari competenze. Quando erano in vigore contingenti e tetti massimi, i circa 35’000 frontalieri attivi in Ticino non suscitavano alcun problema, erano occupati in settori nei quali c’era una carenza di manodopera indigena.

Che poi “Insomma, con qualche slogan ben calibrato agli elettori viene dipinto uno scenario idilliaco, una soluzione che ci farà tutti felici e contenti: i ticinesi avranno un posto di lavoro garantito, i frontalieri saranno limitati e, magari, come d’incanto, le nostre strade non saranno più intasate.” è decisamente fuorviante e dà degli iniziativisti un’immagine di venditori di fumo che respingo categoricamente. È ben lungi da noi spacciare l’iniziativa per una bacchetta magica che, da un giorno all’altro, cambierà miracolosamente una situazione incancrenita dal facile alibi del “diritto superiore” che Consiglio di Stato e Gran Consiglio sono usi sventolare quale pretesto della loro incapacità – o meglio, mancanza di volontà – di prendere delle decisioni che richiedano un minimo di coraggio. Ma proprio qui agisce l’iniziativa “Prima i nostri!”: essa darà alle autorità cantonali gli strumenti necessari per rivendicare da Berna quell’autonomia indispensabile ad affrontare un problema da noi sentito più che in altre regioni, che lo Stato federalista Svizzera concede, almeno sulla carta, alla Repubblica e Cantone Ticino. Come e in che misura governo e parlamento applicheranno gli articoli costituzionali creati o modificati dall’iniziativa è una pura questione di politica e di volontà da parte loro di ottemperare alla volontà del popolo con una legge d’applicazione adeguata. Ma se non daremo loro questi strumenti (articoli costituzionali precisi e vincolanti), limitandoci a inserire nella Costituzione cantonale solo auspici e declamazioni come vuole il controprogetto, l’alibi del “diritto superiore” continuerà a essere comodamente utilizzato per non fare niente.

Continua Righinetti: “L’iniziativa, se accolta dal popolo il prossimo 25 settembre, aprirà una fase d’incertezza che potrebbe essere lunga e caotica.” Forse è vero, ma non peggiorerà di certo l’attuale fase – che il controprogetto non fa che confermare – quella sì di certezza, ma di una distorsione del mercato del lavoro divenuta ormai insopportabile.

Non posso poi accettare l’affermazione Per contro dopo il sostegno al testo «Contro l’immigrazione di massa» c’era stato un fuggi fuggi generale di fronte alla responsabilità di trovare una soluzione. Tra i primi a darsela a gambe levate c’era proprio quell’UDC che, ora anche in Ticino, sta tentando un’operazione di marketing politico”. Per la cronaca, l’UDC nazionale fece delle proposte ben precise per l’attuazione dell’iniziativa contro l’immigrazione di massa, ma fu esclusa dal gruppo di lavoro costituito all’uopo da Simonetta Sommaruga! (vedi CdT online del 2 marzo 2014 – “L’UDC esclusa? Va bene così”).

E l’articolista termina: “E, proprio mentre da Berna si attende che la pietanza venga cotta a puntino e ben servita, in Ticino si interviene un po’ al buio proponendo due salse.” Nossignore! Non una salsa costituisce l’iniziativa “Prima i nostri!”, bensì un piatto forte che ci sfamerà in attesa della pietanza di Berna. Nella capitale, infatti, aspetteranno invano che venga cotta a puntino, visto che in due anni e mezzo nessuno ha ancora acceso il forno.

Eros N. Mellini, Segretario cantonale UDC